giovedì 26 febbraio 2015

SOS






Quei periodi da SOS.


Che arrivi alla sera e hai un groppo in gola di stanchezza, frustazione e anche un filo di disperazione.

Giornate in cui esci presto la mattina, giri come una matta tutto il giorno, e comunque torni tardissimo la sera.

Intere settimane in cui la tua famiglia viene sfamata da barattoli e surgelati. Cene a base di sughi pronti Barilla, wurstel e purè istantanei. Merendine confezionate e succhi di frutta nel brik per colazione e merenda.

La spesa fatta di corsa, in un ritaglio di tempo tra una commissione e l'altra il sabato.

I conti da fare tornare, le lettere che si accumulano, le bollette in ritardo, i clienti da soddisfare, i fornitori che sbraitano.

Giorni passati attaccati al telefono e alle mail, o in macchina. La batteria che non tiene, come la tua pazienza si assottiglia ogni giorno di più.

E a te sembra di non riuscire mai a fare abbastanza.

Che quando prendi due giorni di vacanza arriva un lavoro urgente all'ultimo minuto, ed è comunque una benedizione perché il lavoro è sempre gradito, anche se devi lavorare fino all'una di notte e appena sveglia la mattina.

E sul più bello si aggiungono i guasti, i contrattempi, il nervoso.

I soldi, c'è sempre bisogno di soldi, non importa quanto uno ottimizzi e risparmi. La difficoltà di non potere fare quello che devi fare perché non hai i soldi per farlo è una cosa che ti paralizza. Ci si sente una barca ferma in mezzo al mare in attesa che riprenda il vento.

Il sonno, che dovrebbe farti da ristoro, tutt'a un tratto si nega, diventa meno importante di altre cose che ti sembrano vitali, come ad esempio due pagine extra di un libro o 20 minuti di un film. Perché la verità è che a volte è difficile addormentarsi, se i pensieri e le preoccupazioni non riesci a zittirli. E a volte saltano fuori a salutarti non appena riemergi dal sonno, anche nel cuore della notte, anche alle prime luci dell'alba.

Sono periodi, sicuramente, le cose si aggiusteranno e si devono aggiustare. Ci sono anche notizie buone, ma al momento non riesco a pensare a quali siano.

giovedì 19 febbraio 2015

Quando la pupa è in vacanza

Succede di nuovo: la pupa sta per una settimana a Milano dalla nonna.

ALittaM e Ste ormai non parlano più di mancanza di prole, né di quanto sia bella la loro bimba.

Oh no.

Ormai siamo pronti e rodati ai giorni da scapoloni che ci aspettano quando Lucia è dalla nonna.

Fase 1: addio a tutti i cibi vagamente sani. Da tre giorni mangiamo pasta con sughi pronti, wurstel, formaggi improponibili, cibi piccanti, schifezze di ogni tipo.

Fase 2: addio al bon ton. Sul divano in tuta, un vassoio sulle gambe. Televisione accesa e bottiglia di birra in mano.

Fase 3: produttività alle stelle. Perché senza Lucia si guadagnano preziosi minuti la mattina, intere mezzore la sera. Anche quando lavoro da casa, mi sembra incredibile non avere una bimba che mi scorrazza intorno e mi chiede ogni 5 minuti "hai finito?"

Fase 4: a pieno regime. Le parolacce, le parolacce. Oh, quanto adoro le parolacce. Vivere una vita di censura con la pupa è faticosissimo, per una sboccata come me.

Fase 5: discorsi seri. Le vacanze, il mutuo, le commissioni. Cose di famiglia, di lavoro, problemi di contabilità. Possiamo finalmente parlare per tutta una sera di cose da adulti senza una vocina che ci interrompe per raccontarci il suo ultimo personaggio inventato o una puntata di Peppa Pig.

E poi arriva lei.

La nostalgia canaglia.

La mamma ci videochiama perché Lucia ha i lacrimoni e chiede di noi. Lucia si spalma con un sorriso sullo schermo e dice "Mammmaaaaaa ciao! Posso entrare nell'iPad? Posso venire lì con te?" E tutt'a un tratto la vita da scapolona ti si sbriciola intorno, e vorresti entrare anche tu nell'iPad e toccarle le manine appiccicose e le guance lisce, odorarle i capelli un po' sudati e strizzarla in un mega abbraccio. E poi farsi raccontare qualcuna delle sue storie strampalate.

Pupa adorata, questi giorni senza di te sono belli ma non c'è niente di paragonabile alla gioia di averti qui con noi. Dai che manca poco!

domenica 8 febbraio 2015

Non saremo più amiche

Premessa: E. è la bimba nostra vicina di casa. Ha un anno più di Lucia ed è venuta a vivere in questo palazzo più o meno nel nostro stesso periodo.
E. ha i capelli castani, il visino ovale e gli occhi brillanti e furbi. È un peperino e ha insegnato molto a Lucia, ma come tutte le bambine è piena di energia ed è sempre accesa a mille. Quindi passa giornate intere a coccolare Lucia come un bambolotto, a disegnare con lei, a correre su e giù per il parco giochi del condominio, a giocare a pallone o a spintoni.
Va allo stesso asilo di Lucia e quando ci incontriamo per strada la tiene per mano per tutto il tragitto.
Insomma, per Lucia E. è un idolo.
Qualche tempo fa i genitori di E. ci hanno detto che presto cambieranno casa e andranno in un altro comune. Per quanto ci dispiaccia perdere dei vicini simpatici, noi eravamo preoccupati per come lo avrebbe preso Lucia.
Da bravi genitori cacasotto, non abbiamo avuto il coraggio di dirle niente.
Fino all'altro giorno. Quando E. ha deciso di dare lei la grande notizia.

"Sai Lucia, il mese prossimo io cambio casa e vado via. Quindi non saremo più amiche."

Con il tatto e i giri di parole tipici di una quattrenne.
Per Lucia è stata una tragedia inconcepibile. Pianti, lacrime, singhiozzi. Anche E. era triste, ma molto pragmatica.
Noi un po' dispiaciuti per il modo brusco in cui lo ha detto. Ma come, non saremo più amiche, ma magari ci vedremo di nuovo abbiamo pensato. Magari la andremo a trovare, resteremo in contatto, magari per una merenda, che so.
E poi la rivelazione. La piccola E. ha avuto perfettamente ragione.
Perché la balla del "restare in contatto" impariamo a dircela quando diventiamo grandi. Quando fa troppo male ammettere reciprocamente che non ci vedremo, sentiremo, parleremo più. Perché a volte la vita, le circostanze, allontanano le persone e per quanto noi siamo dispiaciuti e convinti di non volerle perdere, in cuor nostro sappiamo che accadrà.
Perché quando cambi casa, città, quartiere, ma anche scuola, ufficio, lavoro, ecco, in quei casi tu perdi il contatto con le persone. Lo perdi che tu lo voglia o no, perché i rapporti sono dettati dalla quotidianità, dall'essere fisicamente presenti negli stessi luoghi e negli stessi momenti, e quando cambi un luogo cambi anche le persone con cui condividevi quel luogo.
Che poi non vuol sempre dire perdere per sempre i rapporti con le persone. Solo che non saranno più gli stessi. Saranno telefonate, messaggi, mail, delle cene di ritrovo ogni tanto che diventeranno sempre più sporadiche mentre nella vita di entrambi prenderanno spazio altre persone, altre cene, altre telefonate.
È normale e fisiologico, e per non perdere del tutto le persone bisogna fare sforzi e fatica.
Ripenso alle mie amiche Erasmus, per le quali ho pianto quando sono partita.
Ripenso alle mie amiche delle medie, e l'arrivo del liceo che ha separato le vite di molte.
Ripenso alle mie amiche che sono andate a vivere un po' più lontano.
Ripenso ai miei amici rimasti a Milano.
Certo, i rapporti restano, ma la vita ci trascina avanti, e se le corde che ti legano alle persone non sono annodate bene si rischia che al primo strappo si stacchino.

E allora forse fanno bene i bambini, a dire "Non saremo più amiche", perché in fondo è vero. Andremo in scuole diverse, con bambini diversi, vicini di casa diversi. Insomma, non vivremo più la stessa vita.
Ci ricorderemo sempre di quella bambina dai capelli castani che viveva nel palazzo con noi da piccole, ma la storia è finita lì.

Detto questo, mi auguro che al posto di E. venga presto un'altra famiglia con bimbi e cani e che il faccino triste di Lucia quando parla della sua "amica" passi in fretta, perché mi si sta spezzando il cuore.

lunedì 2 febbraio 2015

Expat a metà

Che poi, si può chiamare Expat una persona che vive a 70 km da casa sua?
Forse sì e forse no.
Una persona che in fondo abita non solo in un'altra nazione, ma fuori dall'Unione Europea. Che io sono più all'estero qui di molte altre persone che sono andate a vivere in Lituania, per farvi capire. Io qui sono proprio su un altro pianeta.
Pianeta Svizzera.
Ma almeno parlano italiano. Almeno mangiano (più o meno...) italiano. Almeno quando non ne posso più prendo l'auto, come ho fatto lo scorso weekend, e in un'ora e mezza sono sotto il Duomo di Milano. A casa mia.
Che poi la posso chiamare casa mia, che non ci abito più dal 2008?
Non lo so neanche io.
Posso chiamare casa mia Lugano, dove abito da 6 anni? Sinceramente? Non proprio.
Certo, quando torniamo a casa la sera della domenica, e il ponte di Melide ci accoglie mostrandoci le luci di Lugano, ci coglie il sollievo di essere tornati a casa. Quando a Brogeda passiamo la dogana ci viene uno strano senso di tranquillità, come quando chiudi la porta di casa a doppia mandata.
Quando guido a Milano, ormai, a volte ho i nervi. Non mi piace come guidano i milanesi. Sono indisciplinati, arroganti, hanno fretta persino la domenica mattina. Non hanno un cazzo di parcheggio da nessuna parte.
Però poi sono commossa dalla gente per strada il sabato sera. Sono innamorata della Focacceria San Francesco e dei suoi arancini e gli involtini di melanzane. Penso alle strade deserte di Viganello la domenica mattina e mi viene il magone.
E quindi cosa sono? Sono in un limbo, un territorio grigio che ancora non riesco a definire.
Ho il permesso C ma non il passaporto.
Dico "riservazione" e "la meteo" e a volte mi escono esclamazioni dal lieve accento ticinese.
Quando mi servono gli spaghetti per contorno al ristorante svizzero non mi stupisco neanche più. Anzi.
A volte penso che potrei cucinarli anche io a casa, per contorno alla carne.
E poi rabbrividisco.

Ecco, oggi mi sento una expat a metà. 

giovedì 15 gennaio 2015

Aspettative realistiche

Propositi per l'anno nuovo, edizione 2008-2014:

- Alzarmi presto
- Fare più movimento
- Mangiare sano
- Stare all'aria aperta
- Godermi gli amici e la famiglia
- Essere serena
- Leggere tanti libri
- Provare nuove ricette
- Fare più fotografie
- Essere artistica
- Curare un progetto fai-da-te

...vabbeh.
Poi sappiamo tutti come va a finire.

E invece quest'anno siamo seri.
Non chiedo tanto.

Propositi per il 2015:

- Restare sveglia oltre le 22

Perché è da quando è iniziato il nuovo anno che io, intorno alle 22, mi addormento. Ovunque mi trovi, a tavola, a cena con amici, in macchina, sul divano, a letto, al cinema.
Quindi invece che inverosimili aspettative su cosa vorrei fare quest'anno, iniziamo a lavorare su qualcosa di verosimile. Tipo riuscire a vedere almeno 30 minuti di televisione prima di crollare svenuta sul divano.

Ah, la vita spericolata.

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