giovedì 10 aprile 2008

In levare

C’è un momento particolare, quando sono al Conservatorio, che adoro più di ogni altra cosa.

L’atmosfera è quella tipica da Sala Verdi del martedì sera: un allegro miscuglio di avvocati e notai freschi di ufficio, impeccabili e perennemente abbronzati; professoresse in pensione, che si muovono a gruppi, vestite con colorata eleganza; studenti di musica chic, che per l’occasione hanno messo la camicia e le scarpe buone, e studenti di musica bohémien, con chiome al vento e borsoni di pelle; gli accompagnatori, portati lì a forza, che alla prima occasione abbassano discretamente la palpebra; gli intenditori, che annuiscono con saggezza per tutta la performance, come se l’avessero scritto loro quel pezzo.

E la musica, beh, quella è sempre immancabilmente bellissima, con picchi di emozione e piccole valli di melanconia, con fughe trascinanti che ti tengono sul bordo della (scomoda, tanto scomoda) poltrona e adagi morbidi che ti accarezzano dolcemente come guanti di velluto.

Ma c’è un momento, stupendo, che attendo ogni volta. È quel lungo istante sospeso quando le mani del musicista si sono fermate, quando sta ancora risuonando l’ultima nota, e il suono si sta spegnendo, ma non è ancora scoppiato l’applauso. È un momento di pura tensione in levare, in cui l’energia è nell’aria, è come una carica elettrica che sta per scaricarsi, la puoi quasi toccare. Un momento pieno di forza non espressa. Un momento da assaporare nella sua brevità, come una boccata d’aria prima di un lungo tuffo, prima dell’applauso che si riversa scrosciante subito dopo.

E come tutte le cose che ti toccano nel profondo, è dannatamente difficile da descrivere. È una cosa che sembra appartenere solo a te e, messa a parole, perde la sua potenza e diventa quasi banale.

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