Lo stress che precede il giorno dell'arrivo. Essere sicuri che tutto il materiale ci sia. Le valigie e la partenza all'alba. Il montaggio dello stand. La sensazione di quiete prima della tempesta che precede l'inizio della fiera. L'amico bloccato col camion a Piacenza in mezzo alla neve.
La neve, non ci si crede. Sono venuti giù fiocchi a non finire. Eravamo a giocare a carte e bere the caldo davanti alla stufa mentre fuori nevicava, e non eravamo in montagna ma a Rimini a fine febbraio.Le persone che rivedi ogni anno, alcune identiche, altre cambiate così tanto da lasciarti senza parole (Terry con un bimbo!).
Chi ti viene a trovare per salutarti e per sapere, tutti vogliono sapere, sapere, raccontami, ma cosa è successo, com'è che ora non sei più lì? E tu cerchi di mantenerti neutra e spieghi loro che la verità nella vita è che la maggioranza vince, e che la cosa più bella che puoi fare a te stesso, quando le cose prendono una piega che a te non piace, è restare fermo sulle tue posizioni e non sottometterti alla volontà del più forte, anche a costo di perdere tutto.
E in fondo è per questo motivo che lo stand parlava di indipendenza, perché sin da quando nasciamo tutta la nostra vita é una lunga lotta, un lungo cammino per l'indipendenza, per poter fare e dire quello che vogliamo, per poter mostrare a tutto il mondo la nostra personalissima e unica opinione.
E poi c'è quello che sta nascendo, le cose che prendono forma in questi giorni, l'esaltazione e i pensieri per il futuro. Il Laboratorio, reale e immaginario, dal quale è nata una nuova storia da raccontare che è partita proprio in questi giorni a Rimini.

E poi ci sono gli amici e i compagni di avventura, che sono loro a rendere le giornate piacevoli.
E poi c'è il virus che ti piglia proprio il primo giorno della fiera, e ti fa passare tutti i quattro giorni come uno zombie, tra febbre e gastroenterite e lo sforzo sovrumano di spiegare alla trecentesima persona di che cosa parla il vostro stand. Perché quando dico che amo l'avventura io dico sul serio, e non c'è niente di più avventuroso che stare male fuori casa durante una settimana di lavoro. L'unica cosa che mi ha salvata in questi giorni è stato il doppio strato di copriocchiaie e il fard abbondante, a coprire il colorito verde-grigiastro che avevo.
Ci sono anche incontri inattesi e non desiderati con persone che sono, sulla scala della simpatia, giusto un gradino più in alto della gastroenterite. Ma non sono in vena di sparlare in pubblico e per questa volta glisserò.
Ci sono ristoranti meravigliosi come il Tiresia, del quale non ho potuto godermi niente perché in preda ai deliri gastrointestinali. Mi resta il ricordo di un piatto di cappeletti in brodo da far risuscitare i morti, che ho potuto solo assaggiare prima di soccombere.
E poi c'è quello, il momento più esaltante di tutti, quello in cui sei lì allo stand a parlare del più e del meno e uno dei ragazzi che sta assaggiando le birre prende in mano una tua bottiglia, la rigira tra le mani e dice "Quanto sono belle queste etichette... proprio bellissime." e in quel momento un raggio di sole ti illumina.
E tu a questa persona, che non hai mai visto prima e probabilmente non rivedrai mai più. vorresti gettare le braccia al collo, perché ti ha appena fatto capire che anche quest'anno valeva la pena di essere lì.
2 commenti:
In bocca al lupo!
E un gran rimpianto per i cappelletti. Tiresia è un nome bellissimo.
Grazie!!
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