mercoledì 27 febbraio 2013

Ne valeva la pena (Rimini 2013)

Come ogni anno, ritorno da Rimini come ci si sveglia da un sogno, come si ritorna dalla gita di classe. È già il giorno dopo, e si è esaltati e stanchi e anche un po' delusi che la realtà, a casa, sia rimasta uguale.

Lo stress che precede il giorno dell'arrivo. Essere sicuri che tutto il materiale ci sia. Le valigie e la partenza all'alba. Il montaggio dello stand. La sensazione di quiete prima della tempesta che precede l'inizio della fiera. L'amico bloccato col camion a Piacenza in mezzo alla neve.

Indie in fieraLa neve, non ci si crede. Sono venuti giù fiocchi a non finire. Eravamo a giocare a carte e bere the caldo davanti alla stufa mentre fuori nevicava, e non eravamo in montagna ma a Rimini a fine febbraio.

Le persone che rivedi ogni anno, alcune identiche, altre cambiate così tanto da lasciarti senza parole (Terry con un bimbo!). 

Chi ti viene a trovare per salutarti e per sapere, tutti vogliono sapere, sapere, raccontami, ma cosa è successo, com'è che ora non sei più lì? E tu cerchi di mantenerti neutra e spieghi loro che la verità nella vita è che la maggioranza vince, e che la cosa più bella che puoi fare a te stesso, quando le cose prendono una piega che a te non piace, è restare fermo sulle tue posizioni e non sottometterti alla volontà del più forte, anche a costo di perdere tutto.

E in fondo è per questo motivo che lo stand parlava di indipendenza, perché sin da quando nasciamo tutta la nostra vita é una lunga lotta, un lungo cammino per l'indipendenza, per poter fare e dire quello che vogliamo, per poter mostrare a tutto il mondo la nostra personalissima e unica opinione.

E poi c'è quello che sta nascendo, le cose che prendono forma in questi giorni, l'esaltazione e i pensieri per il futuro. Il Laboratorio, reale e immaginario, dal quale è nata una nuova storia da raccontare che è partita proprio in questi giorni a Rimini.

Indie in fiera Lorenzo

E poi ci sono gli amici e i compagni di avventura, che sono loro a rendere le giornate piacevoli.

E poi c'è il virus che ti piglia proprio il primo giorno della fiera, e ti fa passare tutti i quattro giorni come uno zombie, tra febbre e gastroenterite e lo sforzo sovrumano di spiegare alla trecentesima persona di che cosa parla il vostro stand. Perché quando dico che amo l'avventura io dico sul serio, e non c'è niente di più avventuroso che stare male fuori casa durante una settimana di lavoro. L'unica cosa che mi ha salvata in questi giorni è stato il doppio strato di copriocchiaie e il fard abbondante, a coprire il colorito verde-grigiastro che avevo.

Ci sono anche incontri inattesi e non desiderati con persone che sono, sulla scala della simpatia, giusto un gradino più in alto della gastroenterite. Ma non sono in vena di sparlare in pubblico e per questa volta glisserò.

Indie in fiera Indie in fiera

Ci sono ristoranti meravigliosi come il Tiresia, del quale non ho potuto godermi niente perché in preda ai deliri gastrointestinali. Mi resta il ricordo di un piatto di cappeletti in brodo da far risuscitare i morti, che ho potuto solo assaggiare prima di soccombere.

Laboratorio Piccolo Birrificio

E poi c'è quello, il momento più esaltante di tutti, quello in cui sei lì allo stand a parlare del più e del meno e uno dei ragazzi che sta assaggiando le birre prende in mano una tua bottiglia, la rigira tra le mani e dice "Quanto sono belle queste etichette... proprio bellissime." e in quel momento un raggio di sole ti illumina.

E tu a questa persona, che non hai mai visto prima e probabilmente non rivedrai mai più. vorresti gettare le braccia al collo, perché ti ha appena fatto capire che anche quest'anno valeva la pena di essere lì.

mercoledì 20 febbraio 2013

Uragano Lucia

Quando la tiri via dall'altalena, urla e piange come se la stessi uccidendo.
Cammina con passo spedito reso un po' ridicolo dall'ingombro del patello, che la rende simile ad un'anatra quando ancheggia.
Devi temere i momenti di silenzio perché vuol dire che sta facendo qualcosa di tremendo in un angolo della casa che tu neanche immagini di avere.
Ha capito che, se sta facendo qualcosa di proibito e tu la richiami all'ordine, la pratica migliore è fare finta di non averti sentito e allontanarsi in fretta continuando a farla. Tipo stringendo in mano un barattolo di sugo trafugato dalla dispensa o battendo per terra un bastone.
Si strafoga di pastasciutta al pomodoro, strofinandosela nei capelli alla fine del pasto in segno di gioia. Ti ruba dalle mani i pezzi di biscotto che poi mastica con foga. Si impastriccia le mani di banana o budino e poi va ad accarezzare il divano o i vetri del terrazzo.
Sperimenta abbinamenti impensabili: l'abbiamo beccata a strofinare i biscotti dentro il bidet.
Vuole fare quello che stai facendo tu, stare in braccio a te, vicino a te, non lasciami mai mamma. Piange quando vai a lavarti i denti e ti vuole seguire fin dentro al bagno.
Apre armadietti e ne svuota il contenuto intorno a sè. Al tuo "no!", ti guarda e ride come se stessi facendo una battuta. Al secondo "no!" ci resta malissimo e scoppia in lacrime.
Ha imparato a staccare dalle prese i copripresa di sicurezza. Non chiedeteci come ha fatto. È un genio.
Tenere a distanza di sicurezza qualsiasi cosa si rompa o si rovesci. Ho già fatto la doccia con un cappuccino bollente e un bicchiere di acqua ghiacciata. Le sue manine non hanno pietà.
A volte si rifiuta di dormire, e la trovi in camera, al buio: in piedi nel lettino, con il ciuccio stretto in bocca, i capelli da pazza, le guance in fiamme, le mani strette intorno alle sbarre e l'aria seria di chi sta compiendo un atto di ribellione estrema.

Ed è appena iniziato.

La amiamo ogni giorno di più.

lunedì 18 febbraio 2013

Lavoro nomade

Succede che ultimamente sto lavorando a dei progetti bellissimi, tutti in quella fase iniziale in cui si è pieni di idee e di cose da fare e di terrore sul futuro.
Visto che al momento non ho un ufficio vero e proprio in cui lavorare, visto che ho una pupa di un anno e mezzo con cui è impossibile lavorare in pace, e visto che, anche quando la pupa è al nido, a volte l'autodisciplina mi manca (dovrei aprire un capitolo a parte: ALittaM e la dispensa piena di biscotti - cronaca di un'abbuffata), ho eletto un bar/self service/tavola calda in centro a Lugano come mio ufficio nomade nei giorni in cui proprio devo concentrarmi o in cui proprio non posso stare a casa.
Oggi ho notato alcune cose di suddetto bar:

- La mattina è un luogo di ritrovo per vecchietti e pensionati vari. Si raggruppano in vari tavoli, prendono caffé, cappuccini, dolcetti, e iniziano a parlare.
- Gli argomenti di cui parlano i vecchietti sono solo due: la salute e le ricette.
- La playlist di questo posto alterna canzoni tutto sommato gradevoli a delle mostruosità in lingua tedesca e francese. E da questo capisci che è una playlist gestita da oltre Gottardo.
- Visto che suddetto bar è all'interno di un grande magazzino, ogni cinque minuti parte un annuncio su qualcosa in offerta. I messaggi subliminali hanno fatto sì che io ora sappia con quale sconto sono venduti i giocattoli per bambini e quali sono le marche in sconto nel reparto profumeria.
- All'ora di pranzo, nonostante resti comunque molto spazio libero, alcune simpatiche vecchiette insisteranno per posare il loro vassoio vicino a te, come per punirti del fatto che da sola occupi un tavolo da 4.
- Nel pomeriggio arrivano gruppi di ragazzini che parlano dei compiti e della scuola. Dai loro discorsi capisci che è inutile avere speranza nelle nuove generazioni.

Tutto sommato, come postazione da lavoro nomade, non è male. C'è il wifi gratis e molte prese alle pareti per ricaricare computer e telefoni.

L'unica pecca? Il mangiare, e soprattutto il caffé, fanno davvero schifo. E questo, per una nomade del lavoro, è un difetto imperdonabile.

La ricerca dell'ufficio nomade perfetto continua.

Chi di voi è un nomade del lavoro? Quali sono le vostre esperienze?

giovedì 14 febbraio 2013

San Valentino martire

Oggi è San Valentino.
Oh, voi innamoratini che condividete sulla vostra bacheca pensieri d'amore e di felicità, sappiate che state venerando un uomo che probabilmente era un transessuale mancato (vedasi foto terrificante di San Valentino su Wikipedia). Che è stato decapitato a 97 anni. Quando vi scambiate i cioccolatini e i bigliettini d'amore, oggi, tenete bene a mente l'immagine di un vecchio di 90 anni con la parrucca bionda.



E allora perché sprecare il nostro tempo e le nostre energie dietro a San Valentino? Lasciamoci alle spalle questo santo senza spina dorsale (decapitato a 97 anni... suvvia... gli avete fatto un favore) e pensiamo a venerare dei santi che ne hanno subite di peggio.

Tipo: Santo Stefano, preso a sassate perché aveva detto di essere cristiano (e diventato giustamente protettore contro il mal di testa). Oppure Sant'Agata, che nell'ordine ha subito 1) fustigazione 2) amputazione dei seni 3) bruciata viva (e diventata, ancora più giustamente, protettrice delle donne e di chi ha malattie del seno). Oppure San Lorenzo, bruciato sulla graticola... e diventato (con non poca ironia) protettore delle rosticcerie.

lunedì 11 febbraio 2013

Risotto zucchine e gamberetti

Risotto paraculo: accorre in tuo aiuto quando non sai cosa fare e ti fa fare un figurone. Il gamberetto surgelato, di qualità e di dimensioni serie, va sempre tenuto in freezer per occasioni del genere.

Sempre a favore della paraculaggine, ovvero il non avere voglia di fare le cose come si devono e abbozzare con dei trucchi, è il mio consiglio accorato di tenere sempre in casa un bricco di brodo vegetale/di carne, o meglio ancora una confezione di quelle cose chiamate Cuore di Brodo (no, la Knorr non mi paga per pubblicizzarle), che sono quanto di più vicino al brodo vero si possa conservare in una credenza.

Ingredienti (per 4)
  • 400 g riso Carnaroli
  • mezza cipolla
  • 2.5 l brodo vegetale
  • 200 g gamberetti (freschi o surgelati)
  • 3 zucchine medie
  • 1/2 bicchiere di vino bianco
  • olio extravergine d'oliva
  • sale
  • pepe nero
  • prezzemolo (facoltativo)

Preparazione
 
Preparare il brodo vegetale come meglio riuscite. Tenetelo caldo su una fiamma bassa.
Affettate le zucchine a rondelle sottili. Tagliare a dadini piccoli la cipolla e farla appassire in un paio di cucchiai di olio insieme alle zucchine. Quando la cipolla inizia a dorarsi, aggiungere il riso e rigirarlo fino a che non diventa traslucido. Aggiungere il bicchiere di vino bianco e fare sfumare.
Iniziare col brodo: coprire il riso con il brodo e mescolare continuamente per fare assorbire il brodo per bene. Quando inizia ad asciugarsi, aggiungere altro brodo.
Circa 10 minuti dopo l'aggiunta del riso aggiungere i gamberetti. Proseguire con la cottura, aggiungendo man mano il brodo. Assaggiare un paio di volte ed eventualmente regolare di sale e di pepe.
Intorno ai 18 minuti (o controllare la confezione di riso) assaggiate per vedere se è arrivato a cottura.
Una volta arrivato a fine cottura, spegnete il fuoco, coprite con il coperchio e lasciate riposare un minuto.
Servite al volo completando ogni piatto con qualche goccia di olio, una macinata di pepe nero e delle foglioline di prezzemolo.

Risultato

Risotto Gamberetti e Zucchine


Consigli un po' scontati ma non si sa mai

  • Pochi ingredienti, ma di ottima qualità. Occhio che le zucchine siano fresche e non acquose.
  • Massaggiare il riso costantemente, fermandosi il meno possibile. Lo strofinamento dei chicchi di riso aiuta a rilasciare l'amido e contribuisce alla setosità tipica del risotto ben fatto.
  • Il brodo deve essere bollente, per evitare che abbassi troppo la temperatura e blocchi la cottura.
  • Se vi dovesse avanzare del risotto, utilizzatelo il giorno successivo per fare delle crocchette da ripassare in padella. Buonissime.

sabato 9 febbraio 2013

La svizzerizzazione

Ieri sono stata a Milano.
Mi ha dato da pensare il fatto che, al pensiero di arrivare a Milano, la mia prima preoccupazione sia stata "e ora dove lascio la macchina?", come se la mia città fosse un labirinto in cui è meglio non intricarsi. Anni fa avrei fatto una scrollata di spalle, guardato sul Tuttocittà il luogo dell'evento, ipotizzato che "la metterò da qualche parte in zona" e via.
E invece no. Ieri l'ho lasciata al parcheggio sotterraneo multipiano di piazza Piemonte, anche se era lontano da dove dovevo andare, perché mi faceva sentire più tranquilla. Anche pagando una decina di euro per un pomeriggio di parcheggio, ma non me ne importava. Il pensiero di incastrarla all'incrocio tra due viuzze, metà sulle righe gialle e metà su un carico/scarico (cosa che avrei fatto un tempo) mi atterriva.
Poi sono scesa in metrò e ho litigato per qualche minuto con la macchina automatica che non riusciva a ricaricarmi la tessera. Poi sono arrivata al Foodcamp e me la sono goduta, ma questa è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta (cit.). Finito il Foodcamp, ho riattraversato la città e sono sbucata in Buonarroti. E mentre passeggiavo per la strada ho visto i gruppi di giovani seduti a prendere l'aperitivo, a bere vino e fumare e sbocconcellare finger food. I ragazzini appoggiati alle macchine che chiaccheravano. Le automobili in doppia fila. La gente che si incontrava davanti ai portoni. I ristoranti che si riempivano.
Erano le 8 di sera e a me questa cosa è parsa straordinaria. In Piazza Piemonte c'era traffico, auto che sfrecciavano di fretta, i tram pieni di gente.
Mi sono resa conto in quel momento che io vivo da Lugano da più di 4 anni. Da più di 4 anni sono abituata a non vedere nessuno per strada la sera e nei weekend. Sono abituata a poche luci, pochi ristoranti. Sono abituata a non prendere i mezzi pubblici ma solo l'auto. Sono abituata a un traffico inesistente, guidatori educati, mai un clacson.
Non sono più abituata alle luci, le auto, il movimento, la vita di Milano.
Mi stupisce e mi rattrista il fatto di non essere più in sintonia con la mia città.
È la svizzerizzazione, immagino, non c'è modo di opporsi.

giovedì 7 febbraio 2013

Foodcamp! (e ramen)

Eccola! La foodie che è in me finalmente esce allo scoperto.
Prendo la palla al balzo, approfitto del periodo favorevole all'esplorare nuovi orizzonti e conoscere nuove persone, domani vado in trasferta a Milano e partecipo al Foodcamp!
In programma:

Foodphotography: Claudia Castaldi, alias Pyondi, fotografa e instancabilmente foodie, parlerà di come realizzare e gestire la luce naturale o artificiale sul set fotografico per valorizzare la composizione dell'immagine.

SEO for food: Tiziano Fogliata, web designer e consulente web marketing, specializzato nella realizzazione di progetti basati su Wordpress e autore di due volumi sull'argomento, offrirà consigli, tecniche e strategie per i food blogger.

 Social App & Food: Simone Tolomelli, fondatore di The Breakfast Review, parlerà di come coordinare le nicchie del segmento food, combinando editoria, social network e branding.

Osate senza posate: bon ton del finger food (e dintorni): Giorgia Fantin Borghi, esperta di bon ton, spiegherà quando, come e cosa si possa mangiare senza l'utilizzo delle posate.

Tecniche di cucina: dal ristorante alla cucina di casa: lo chef Eugenio Boer, del ristorante Enocratia di Milano, esporrà alle foodblogger le tecniche di cucina che si possono esportare tra i fornelli di casa.

Io sarò lì a seguire tutto e imparare il più possibile, dalla fotografia alle tecniche di cucina. Purtroppo sarò in roaming e quindi non potrò contribuire in diretta con twittate e instagrammate, ma aspettatevi un resoconto nei prossimi giorni. Comunque potete seguire l'evento via twitter a @foodcamp_it o con l'hashtag #FoodcampMI.

E quale modo migliore di festeggiare questo evento se non con il piatto tipico di chi non sa o non ha voglia di cucinare? Infatti eccomi qua davanti al computer a slurparmi un piatto di succulenti ramen istantanei.


Chi di voi ci sarà domani?

mercoledì 6 febbraio 2013

La colazione al bar

Il guilty pleasure di questo periodo.
Uscire di casa senza trucco, spettinata e scarmigliata, con i vestiti abbinati a caso. Gli occhi ancora un po' cisposi di sonno. Tenere in un braccio la pupa e con la mano libera giostrarsi borsa, chiavi, portafoglio.
Salire in auto e accompagnare la pupa al nido. Saluti alle maestre, il cappotto nell'armadietto, infiliamo le calzine antiscivolo sui piedini e ciao ciao Lucia, ci vediamo stasera.
Due secondi dopo sono rifugiata nel bar davanti all'asilo. Un posto piccolo, anonimo, un po' triste come tutti i bar del Ticino. Arredato negli anni 70 e lasciato lì, con le stesse tovagliette sintetiche a fiorellini.
Ma il cappuccio e la brioche sono ottimi, ed è l'unica cosa che conta davvero.
Sorseggiare lentamente il cappuccio, pucciare l'angolino della brioche nella tazza. Sporcarsi le mani di crema e zucchero a velo e intanto sfogliare il Corriere del Ticino.
La botta di zuccheri e caffeina ti rende all'istante più felice e il mondo inizia a sorriderti.
A volte mi sento la versione povera di quelle star che si vedono sui giornali, in tuta e occhiali da sole, a far colazione al bar. Certo, a me manca il glamour intrinseco delle star, ma mi ci sto applicando.
Sono solo dieci minuti di pausa dal prevedibile caos della giornata, ma mi bastano per rimettermi in sesto con me stessa e a darmi l'energia per affrontare tutto.


Qual è il vostro guilty pleasure del momento?

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