venerdì 2 maggio 2014

I ricordi inaspettati

L'altro giorno, un altro dei miei corsi. Parlare in Pubblico.

Dopo una mattina di spiegazioni e brevi consigli, il docente ci informa che di pomeriggio darà spazio a ognuno di noi per parlare in pubblico brevemente, in modo da analizzare come ci comportiamo e correggere eventuali errori. Tema libero.

"Dovresti raccontare come si fa la birra," mi dice un compagno di corso durante la pausa pranzo.
È vero, potrei raccontare quello.


Quando riprende la lezione, il docente chiede volontari per esporre per primi. Mi alzo io.

Apro bocca e inizio a parlare di come si fa la birra. E nell'arco di pochi secondi mi dimentico che sono a lezione, che c'è chi sta giudicando cosa dico e come mi muovo. I ricordi affiorano e non riesco a fermarli.

I gruppi di pensionati che venivano a trovarci... Le scolaresche, con il professore che li teneva a bada... Gli addii al celibato (una idea un po' del cazzo, se chiedete a me, ma erano in molti)... Quelli col voucher Smartbox... Quelli del golf di Magliaso... Quelli della gita della parrocchia... Un giorno di Marzo in cui abbiamo scritto un messaggio su Facebook e si sono presentati in 30 per una visita estemporanea... La gente che ci veniva a trovare al birrificio. 

Spesso erano altri a occuparsene, ma a volte, un po' per forza di cose e un po' per piacere, c'ero io a portarli in giro per il birrificio. Indicavo i macchinari, spiegavo, raccontavo, avevo la mia scaletta, e come sempre mi sentivo a mio agio, a casa mia, e anche se fisicamente non ho mai prodotto neanche un litro di birra sapevo come funzionavano i macchinari e in cosa consistevano le varie fasi di produzione.

Faccio un breve schema alla lavagna e spiego l'ammostamento, la filtrazione, la bollitura. Parlo di quello stagista che si mangiava le trebbie, del contadino scazzoso che veniva a ritirare le carriole di trebbie per le mucche. Spiego che il malto si usa come una tavolozza, per creare il colore e il corpo, e di come invece il luppolo serva per l'amaro e per l'aroma.

Tutt'a un tratto li rivedo, gli altri tour del birrificio che ho tenuto nella mia vita precedente, e mi sembra di essere lì. L'aria calda e umida, l'odore dei cereali e dei detergenti. Il rumore dell'imbottigliatrice e del compressore. Arti che chiude le scatole, Matteo che controlla la cotta, Roberto che prepara i fusti, Lorenzo che come sempre arringa alle folle. La gente che ci viene a trovare e ci fa i complimenti per la bella atmosfera che si respira, per l'aria accogliente. A un certo punto hanno smesso di dircelo, ed è lì che ho iniziato a fare un mio piccolo segreto conto alla rovescia.

Con mio stupore, il tempo è già finito. Guardo i compagni di corso, qualcuno mi ha fatto domande sui luppoli o sulla pastorizzazione, io ho risposto senza neanche rendermene conto. Sono tutti un po' stupiti - probabilmente perché da una ragazza che si presenta come "grafica e marketing" non ci si aspetta un mini-corso in dieci minuti su come fare la birra. Questa è una cosa che hai già fatto, dice il docente. Non è una domanda, e ha ragione.

Ecco, io alla lezione dell'altro giorno sono tornata indietro nel tempo per qualche minuto, come Proust con le sue madeleine. Mi sono ricordata del motivo per cui mi sento a mio agio ogni volta che visito un birrificio, e del perché l'odore del mosto di birra mi fa sempre sorridere.

Mi sono scusata coi compagni di corso perché di solito, alla fine della spiegazione, seguiva una mezz'ora di sane bevute. La settimana prossima dovrò farmi perdonare portando qualche assaggio.

PS: Contenuto bonus: direttamente dal passato, una delle arringhe più dannose mai tenute al birrificio. L'audio è stato tagliato, ma era un sanissimo sproloquio contro il Merlot del Ticino. Siamo stati pesantemente sgridati dagli organizzatori della visita per avere osato criticare i buonissimi vini ticinesi. Sì, in Ticino non c'è molto senso dell'umorismo.


Visita al Birrificio from ALittaM on Vimeo.

2 commenti:

Pellegrina ha detto...

Triste perdere un lavoro in cui ci si sentiva così bene.

ALittaM ha detto...

Pellegrina, la cosa peggiore è vederlo morire davanti ai tuoi occhi e non avere modo di salvarlo. Abbandonare il cadavere è stato un gesto di pietà da parte mia.

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